Emmanuelle Seigner, la moglie di Roman Polanski: «Essere accusati non significa essere colpevoli»
di Michela Greco

Emmanuelle Seigner, la moglie di Roman Polanski: «Essere accusati non significa essere colpevoli»

ROMA – «Penso ciò che il film dice: essere accusati non significa essere colpevoli. Tutti dovrebbero riflettere su questo». Roman Polanski è di nuovo al centro della bufera e sua moglie Emmanuelle Seigner, volata a Roma per presentare L’ufficiale e la spia, di cui è la protagonista femminile, ha risposto così a chi ha associato la vicenda personale del regista alla storia di persecuzione raccontata nel film. Il “Caso Polanski” è aperto da oltre 40 anni - da quando nel 1977 il regista ammise di aver fatto sesso con la tredicenne Samantha Geimer - e negli ultimi mesi si è riacceso di nuove fiammate. A settembre, quando il film era in concorso alla Mostra di Venezia, e pochi giorni fa, a ridosso dell’uscita in Francia, per una nuova accusa di stupro (datato 1975) nei confronti di Polanski da parte di Valentine Monnier, fatto che ha indotto ad annullare la promozione francese del film. Ma non quella italiana (da noi L’ufficiale e la spia arriva in sala giovedì), dove appunto Seigner, musa e moglie di Polanski da 30 anni, ha accompagnato lo splendido film sul celebre Affaire Dreyfus in cui interpreta Pauline Monnier, amante del colonnello Picquart (Jean Dujardin) che lottò per dimostrare l’innocenza di Dreyfus.
“L’ufficiale e la spia” parla di una giustizia che sembra spesso lontana dalla verità.
«Sì, il film mostra che la verità è sempre qualcosa di approssimativo e lo è ancor di più in questo periodo storico, con i social che rendono tutto più complicato e il diffondersi delle fake news. Parla anche del razzismo, dell’antisemitismo, in generale dell’odio verso il diverso. Purtroppo sono temi universali».
Il film arriva in un momento delicato...
«Roman voleva farlo da molto tempo, ma era costoso ed è stato difficile. Alla fine è stato realizzato ora, in un mondo in cui il rapporto con la verità è più che mai complesso. Io non voglio parlare di me, della mia piccola storia che è poca cosa rispetto, ad esempio, a quella di chi viene dalla Siria o di chi attraversa il mare con i barconi, mentre è importante raccontare questa vicenda proprio perché ha un valore sociale».
Alla fine del film il suo personaggio rifiuta di sposare Picquart. Lei oggi, dopo 30 anni, direbbe di nuovo sì a Polanski?
«Non ero una donna da matrimonio, ho sposato Roman perché lui ci teneva e perché è un bene per i figli. So che alcune donne si sentono rassicurate dal matrimonio, per me è solo un pezzo di carta, infatti non porto nemmeno la fede: l’ho indossata per 10 minuti e poi l’ho buttata. Mi sono sempre guadagnata la vita, quando ho conosciuto Roman facevo la modella e non avevo bisogno di soldi, sono sempre stata indipendente».
In passato ha lavorato con registi italiani, ripeterebbe l’esperienza?
«Sì, mi piacerebbe molto lavorare con Sorrentino, Garrone e Guadagnino. Adoro l’Italia, di cui mi piace tutto, anche la mentalità: è più sensata che nel resto del mondo, gli italiani sono più sofisticati e rilassati. Il vostro è un grandissimo popolo, anche se naturalmente ci sono problemi, come ovunque nel mondo».
 
Martedì 19 Novembre 2019, 07:35
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