Morti carbonizzati in auto: al setaccio il passato di Maria e Domenico. Quell'ultimo viaggio in Calabria
di Emilio Orlando

Torvaianica, morti carbonizzati in auto: al setaccio il passato di Maria e Domenico. Quell'ultimo viaggio in Calabria

Se qualcuno avesse scommesso sull’integrità morale e sull’affidabilità di Maria Corazza e Domenico Raco avrebbe vinto di sicuro. Entrambe le vittime, la cui morte è ancora avvolta nel mistero, erano benvolute da tutti, amici, colleghi di lavoro e familiari. Nessuno di quelli che conoscevano la quarantottenne ed il trentanovenne di origini calabresi, trovati carbonizzati dentro una macchina in via di San Pancrazio a Torvaianica, ricordano ombre nel loro passato. Sabato i medici legali incaricati dalla procura di Velletri eseguiranno le autopsie su quel che è rimasto dei due cadaveri. (In foto Domenico Raco).

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Le ipotesi investigative formulate fino ad ora hanno aperto diversi scenari d’indagine che vanno dall’omicidio-suicidio, al regolamento di conti fino al duplice omicidio per motivi passionali. Quest’ultima pista, che sembrava la più promettente, è stata quasi definitivamente esclusa dopo un lungo interrogatorio davanti ai carabinieri del reparto investigativo di Frascati e del nucleo operativo di Pomezia, di Maurizio Di Natale compagno di Maria Corazza e padre della figlia quattordicenne. La presenza sulla scena del crimine di alcune parti di una bottiglia di vetro protrebbero far pensare che Maria sia stata uccisa da Domenico Raco a bottigliate. Dopo averla assassinata avrebbe cosparso l'abitacolo della Ford Fiesta, di proprietà della madre della donna, con del liquido infiammabile, forse benzina per poi appiccare il rogo. La posizione del corpo semicarbonizzato di Domenico, disteso sui sedili anteriori con i piedi fuori dalla macchina, lascerebbe pensare che l'uomo, pentito per il crimine orrendo di cui si era macchiato, si sia gettato nelle fiamme per suicidarsi. Un omicidio suicidio in questo caso premeditato forse dalla sera prima, quando il presunto assassino aveva portato e nascosto dietro qualche siepe una tanica di benzina. Altro elemento che farebbe propendere i detective della sezione omicidi del reparto investigativo di Frascati per la tesi del femminicidio-suicido è il post su Facebook pubblicato da Domenico il 4 di giugno dove c'è una foto raffigurante una lapide cimiteriale con su scritto un epitaffio tombale che recita: «Qui giace l'amore che lega anche dopo la morte». A questa affermazione sono stati attribuiti dalla procura di Velletri e dagli inquirenti intenti suicidii e significati esistenziali e psicoanalitici che farebbero propendere per un disagio psichico che Domenico stava attraversando. Alcune testimonianze al vaglio dei carabinieri avrebbero fornito anche un addentellato per supportare questa pista, raccontando che “Mimmo Il calabrese” aveva manifestato una volontà suicidia in più di qualche occasione. (Nella foto in basso la scena del crimine).






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LA RICOSTRUZIONE.
Le indagini puntano comunque a ricostruire gli ultimi momenti di vita dei due. La tempistica così breve in cui si è svolta l'azione criminale (mezz'ora) ha permesso agli inquirenti di acquisire in breve tempo le immagini di video sorvaglianza della zona. La Ford Fiesta avrebbe imboccato via di San Pancrazio da via Foligno per poi accostare sulla destra dove c'è la piazzola in cui si sarebbe consumato il crimine. (Nella foto in basso di Emilio Orlando le videocamere di via di San Pancrazio).





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Lungo via Siviglia al numero civico 22 ci sarebbe una telecamera che ha immortalato la macchina con i due a bordo. Le uniche telecamere funzionati di via di San Pancrazio, quelle della villa bunker chesi trova sulla sinistra scendendo verso via Assisi sono collocate troppo lontano rispetto alla scena del crimine. ( Nella foto di Emilio Orlando le telecamere di Via Siviglia 22).

 


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Paura, sgomento ed angoscia sono i sentimenti che serpeggiano tra gli abitanti della zona dove venerdì mattina i vigili del fuoco hanno fatto il macabro ritrovamento. «Non dimenticherò mai il botto che ho sentito prima di vedere la colonna di fumo nero che si alzava dalla carcassa della macchina che bruciava – racconta una residente - Secondo noi si è trattato di un’esecuzione malavitosa. Nel nostro territorio la presenza di clan criminali è ormai acclarata». Domenico Raco, conosciuto come “Mimmo il calabrese”, lavorava occasionalmente come factotum presso una catena di bar e pasticcerie che in passato erano state bersaglio di ricatti ed estorsioni da parte del clan Fragalà, radicato a Pomezia ed a Torvaianica dagli anni ’70 e smantellato agli inizi di giugno da un blitz anticrimine del Ros. Questo ulteriore tassello, qualora venisse esclusa definitivamente la pista dell’omicidio-suicidio, potrebbe riscrivere questa drammatica e torbida vicenda che ha scosso l’apparente tranquillità di una storica località balneare tra le più gettonate dai romani, ma dilaniata nel suo tessuto sociale ed economico anche da dinamiche criminali.  
Martedì 18 Giugno 2019, 17:38
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